venerdì 13 gennaio 2017

Riforme del governo Renzi: da Travaglio solo gufate


Salvare il lascito di Renzi dagli avvoltoi dell’accozzaglia





Ancora ieri sera - immancabile presenza de Il Fatto Quotidiano a Otto e mezzo, il talk di Lilly Gruber su La Sette -  Marco Travaglio confondeva i suoi desideri con la realtà e bocciava tutta l’attività del Governo Renzi intonando a orecchio e attribuendo all’azione di Renzi i problemi gestionali di ditte private come Fiat, Ferrari, Almaviva, Alitalia. Ma sopratutto dava per smantellate le principali e più qualificanti riforme del governo Renzi. E qui a conforto di quanti, come me, in quelle riforme hanno creduto, si impone di fare un po’ di chiarezza.

Quella di Travaglio infatti era solamente vis polemica perché le riforme di Renzi sono in campo e operative.

Altrettanto restano realtà, peraltro,  le conseguenze delle cattive politiche del passato, dei Bersani e dell’accozzaglia del “no” a partire dagli sbilanci del sistema creditizio.  Così come il danno provocato dalla decisione dei Bersaniani di approvare le riforme in Parlamento e poi andare a fare il congresso del PD sulla pelle dei cittadini con un “No” che ci ha lasciato senza legge elettorale e in una situazione complessiva peggiore e più gravemente logorata di tre anni or sono. Si veda qui:
http://tramatlantico.blogspot.it/2017/01/pronta-guarigione-gentiloni-ma-la.html

Che con la vittoria del “no” sarebbero state grandine e tempesta lo avevamo detto. Travaglio era tra quelli che lo negavano. Lo vada a dire ora che non sarebbe successo niente di grave, lo vada a spiegare ai risparmiatori del Monte dei Paschi di Siena che dopo la vittoria del “no” hanno visto la fuoriuscita dagli investimenti di partner importanti come il Qatar.

Ma torniamo alle riforme renziane. Certo il sistema fa resistenza ma…Smantellate?

Se provano a smantellarle è perché sono riforme ammantate di spirito di giustizia in difesa del cittadino.

Vediamole una a una le riforme “mantellate” di Renzi.

Riforma delle banche popolari (Legge 33/2015).

Dopo l’Italicum e la riforma costituzionale, questa riforma, che è un vero attacco ai salotti buoni delle province, è di certo la più importante.

Di cosa stiamo parlando? Della riforma tesa a impedire che gli industrialotti tradizionali di un certo territorio profittando della propria rete anche sociale costruissero come hanno sempre fatto la propria banca e facendo l’occhietto ai concittadini, ne intercettassero i risparmi per finanziare se stessi ritenendosi ovviamente affidabili percettori di credito anche quando non lo erano affatto come dimostrano i  fallimenti della banca di Vicenza e di Veneto Banca.

Cosa ha fatto Renzi? Ha detto stop alla forma cooperativa e al voto capitario (un voto a socio indipendentemente dalla quota di proprietà), stop alla gestione controversa e ha obbligato le banche popolari a diventare società per azioni sottoposte a normali procedure e controlli finanziari. Ovvio che gli industrialotti non fossero tanto d’accordo, capite? Con buona pace di Calderoli, la Consulta ha dato un primo stop a questi ricorsi interessati già il 21 dicembre scorso  e in questi giorni il Consiglio di Stato di Milano “Palazzo Spada” dovrebbe definire la questione seppur in attesa di un nuovo pronunciamento della Consulta da esso stesso richiesto.

Intendiamoci, la via feudale al credito non è rappresentata solo dalle popolari e vi è il capitolo spinosissimo delle fondazioni bancarie, per le quali Padoan siglò un protocollo con l’Associazione delle Casse di Risparmio (ACRI) nella primavera del 2015. La situazione è parzialmente superata dai fatti per via dell’entrata in vigore del bail-in ma resta ancora in attesa di definizione.

Come ben si comprende, la riforma delle popolari ha toccato un punto nevralgico dell’establishment. Mentre i grillisti bussano alla porta del potere, Matteo Renzi l’ha sfondata. Ovvio che ci siano resistenze e altre ce ne saranno. Non ci aspettavamo che i tacchini festeggiassero il Natale ma la riforma ha funzionato, eccome, e tutte le popolari si sono trasformate in SPA, tutte, tranne quella di Bari e quella di Sondrio. (Aggiornamento del 14 gennaio 2017: Il consiglio di Stato di Milano ha ulteriormente prorogato i termini entro i quali le banche - Bari e Sondrio - dovranno trasformarsi in SPA fino al pronunciamento della Consulta. I lobbisti intendono approfittarne per ottenere modifiche alla legge. - Si veda Gianluca Zapponini su Formiche.net.)

La Buona Scuola

E veniamo all’altra grande riforma quella della Buona Scuola provvedimento che di certo è stata annacquato ma c’è ed è incisivo a giudicare dal malcontento degli insegnanti e dalle loro proteste. Proprio infatti la riottosità degli insegnanti sindacalizzati ci dà la misura dell’efficacia della riforma, contestata ogni qualvolta riesce a mettere all’angolo la concezione dell’insegnamento “posto sicuro” e riesce ad affermare il suo valore di sfida professionale nell’interesse dei ragazzi (si veda il caso dei bonus di merito).
http://tramatlantico.blogspot.it/2017/01/quando-i-somari-siedono-in-cattedra.html

(Aggiornamento del 15 gennaio 2017 Finisce la concezione dell'Asilo come parcheggio, insegnanti laureati e si comincia a imparare fin dall'asilo nido, la riforma importantissima si propone di compensare la disparità sociale di formazione di base. Di più su La Stampa.)
 

La riforma Madia sulla pubblica amministrazione

La  legge 7 agosto 2015, n. 124 di riforma della P.A. è tesa a licenziare i dipendenti infedeli (i furbetti del cartellino) e a tagliare le società partecipate improduttive e o improprie.

Viene da ridere: ci avreste scommesso un centesimo sul fatto che gli apparati tollerassero il principio della fedeltà e della produttività nel lavoro statale con le notizie che giungono sull’assenteismo?

La sentenza della Consulta ha individuato elementi di violazione del titolo V della Costituzione e dunque una prevalenza indebita della legiferazione statale sull’area di competenza regionale (attenzione: quel Titolo V che la riforma costituzionale renziana si proponeva di cambiare). La Corte ha imposto alla Madia di accordarsi con le Autonomie locali e dunque - a riforma tutt’atro che smantellata - Marianna Madia sta cercando  l’accordo con gli enti locali e perfezionando i decreti attuativi in modo da ottemperare alla sentenza della Consulta. Il Sole 24 Ore dà l’operazione per conclusa entro febbraio.

Ovvio ne uscirà una riforma annacquata per la necessità di trovare l’accordo con le Autonomie, quelle Regioni contrarie a interventi rigidi e interessate a mantenere il consenso. Del resto questo è il classico caso di incoerenza manifesta dei sostenitori del “no”: se la riforma costituzionale fosse stata approvata dai cittadini, l’ostacolo costituzionale individuato dalla Consulta sarebbe decaduto rendendo possibile applicare la legge per come era stata originariamente concepita: uno strumento di buona governance. Se quelli del “no” avessero preferito una legge più rigida e conforme all’originale avrebbero dovuto votare “si” al referendum. (Aggiornamento del 14 gennaio 2017 - Intanto la legge porta al licenziamento immediato del primo furbetto del cartellino, un impiegato del Policlinico Umberto I di Roma. Di più su Repubblica.it)

 
Monica Montanari

 

Fonti:

Laura Serafini, «Riforma Popolari, verso un decreto di proroga»,  Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2016
Autore non indicato, «La Consulta “salva” la Riforma delle Banche Popolari», La Provincia di Sondrio, 22 dicembre 2016
Gianni Trovati,  «Riforma Madia, in arrivo i correttivi su manager sanità, partecipate e anti-assenteismo»,  Il Sole-24 Ore, 12 gennaio 2017



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